Chi siamo

Centro Culturale Alcionio - Rebeccu Wilderness Sardinya

Scuola di Meditazione Zen

Meditazione 坐禅 Bonorva

lascia riposare l’acqua scura, ed essa diventerà chiara

 ESCURSIONI IN NATURA REBECCU WILDERNESS – PROGETTO: CONTATTO CON LA TERRA.

Dall’anno della sua fondazione il Circolo Culturale Alcionio ( 1990 - 1994 ) e poi Rebeccu Wilderness Sardinia fa conoscere 

e riunisce  gli appassionati di wilderness con un Orto Sinergico a Rebeccu

Il comitato direttivo e i vari soci sono fortemente uniti dalla passione per la Natura Selvaggia - wilderness e lo Spiritualismo.

IL Centro Culturale Alcionio è la base di formazione di Corsi G.A.E., Corsi di Erboristeria - Floriterapia delle Janas ( Alessia Pani et Roberta Medda ),

Corsi di filosofia Antica, Corsi di Fotografia, ed intende formare i  giovani per uno sviluppo del territorio  creando concrete realtà lavorative

nel territorio medesimo.

    Visite Guidate nella Valle dei Nuraghi Centro Culturale Alcionio Rebeccu Wilderness Sardinya

 

 Alla Cortese Attenzione Scuole.

 Con la presente desideriamo invitarVi alla visita di un antichissimo borgo medioevale posto in Logudoro nella Valle dei Nuraghi dal nome Rebeccu. Arrivo a Bonorva h: 9.00 –sosta 10 minuti per un caffè-. IL paese di Rebeccuh: 10.00 -  era un tempo molto abitato e sede de Curadorìa prima di Torres e poi d’Arborea. Ora il paese è disabitato, ma conserva il Pozzo Sacro Nuragico (+/- 1200 a. Ch.) la Fonte Sacra Lumarzu in un luogo quanto mai dolce e ameno, antichissimo silenzioso e meditativo, rotto solo dal canto dei falchi o delle aquile che ancora lì vicino nidificano.

 Vi proponiamo: ESCURSIONI, SCUOLA DI AMBIENTAZIONE  ed EDUCAZIONE AMBIENTALE

 TOUR NURAGICO NELLA VALLE dei NURAGHI:  UNA GUIDA ESPERTA, STORICO –  ARCHEOLOGICA- AMBIENTALE   VI  CONDURRA‘ ATTRAVERSO L ‘INTERNO PIU‘ SEGRETO DEL LOGUDORO. TOCCHEREMO PIETRE CESELLATE ·DAGLI ANTICHI SARDI  (Atlantide) CHE DATANO OLTRE IL 9000 a.C.(cfr. Kritia di Platone). Domus de janas, NURAGHI oltre 50 solo nella VALLE dei NURAGHI. H: 10.30 CI  IMMERGEREMO NEL MITO DEI MISTERIOSI COSTRUTTORI MEGALITICI, I SARDI fin verso la Necropoli Megalitica di S. Andrìabriu  dentro il ritmo dell‘ Età dell‘ Oro. Camminata di Meditazione silenziosa in natura -  incantevole escursione a piedi, dentro una natura incontaminata - il Parco Mariani ( h: 12.30)

 Info: guida il Prof Andrea Sanna. Costo a persona con pranzo in Agriturismo euro 27,00

in alternativa n.4 escursioni con visita guidata - ognuno si porta il pranzo a sacco da condividere - tutto compreso euro 12,00.

 Luogo: Rebeccu, 07012 – SU PINNETTU – Valle dei Nuraghi .

Informazioni e prenotazioni:1andreasanna@gmail.com 

Sito web – http://rebeccu.it  

 Rebeccu Wilderness Sardinya di Andrea Sanna - 

Recapito:Corso Umberto I, 65 -07012 - Bonorva (SS)

 3397540184   (SS) -  Italia. c.f. : 92034210903.

 

 

 CONDIVISIONE DI ESPERIENZE ED EMOZIONI

 

Ci muoviamo, incontriamo e condividiamo, la dove l’energia ci chiama, per portare la nostra esperienza, canto e gioia di stare bene assieme per realizzare

progetti concreti per la Natura, Cultura e Tradizione di questo paese, di questa terra.

Formiamo i giovani per sapere creare un equilibrio tra la Natura e l'uomo, la terra ed il Contadino: Orto biologico et Orto Sinergico.

IL motto è ritorno al principio. A questo si aggiunge la Meditazione Trascendentale  za zen dell'amato s.J. Padre F. Piras.

Ci saranno corsi di fotografia Analogica e Digitale, Corsi di Interpretazione Ambientale con il Prof. Gianni Netto

del Parco Nazionale d'Abruzzo.

L'Alcionio vuole vivere con fratellanza sarda l’esperienza dell’associazione con un grande senso di coesione, cameratismo per

raggiungere obbiettivi sempre più alti  attraverso la continua pianificazione di attività e organizzazione di eventi.

 

INEA: EDUCATORI AMBIENTALI ET INTERPRETI DELLA NATURA: DIRETTORE PROF. GIOVANNI NETTO

 

Educazione Ambientale: Pensare e vivere come un bosco* “ Arate il terreno dei sentimenti, seminate i semi dei concetti, fate crescere i germogli delle comprensioni e raccogliete i frutti dei comportamenti “. Sono figlio di agricoltori ed amo le cose che si fanno con le mani, in cui si viene a stretto contatto con ciò che vive e ci dà da vivere; apprezzo e rispetto la semplicità e la grande intelligenza pratica dei vecchi contadini; credo nella ritualità della vita legata ai raccolti. E così vedo l’Educazione Ambientale, come cura pratica, continua e attenta, di contadino; ciclica e rituale come le stagioni ed i processi ecologici; bella come solo la natura sa essere. Quello che l’Educazione Ambientale deve fare è arricchire le persone, bambini e adulti, di sentimenti, sensazioni, emozioni e contatti fisici con la Natura. Deve “arare” il terreno dell’anima e del corpo, far provare il fresco dell’acqua che scorre limpida in un ruscello, l’emozione di un tramonto, il meraviglioso profumo del bosco dopo una poggia. Sulla forza di queste esperienze e sentimenti, l’Educazione Ambientale deve “seminare i concetti” della vita; far conoscere come la vita funziona su questo pianeta, nel Parco naturale visitato, intorno casa e nel giardino di scuola. Bisogna far sapere come l’energia del sole giunge nei nostri piatti, come l’acqua si muove nel pianeta, attraversando le montagne, i boschi, il cielo, ed anche noi quando la beviamo. Le persone devono sapere dove la vita prende i materiali per costruire i corpi e dove questi materiali vanno a finire (dalle bucce di frutta, ai contenitori dei cibi, a noi stessi) siamo tutti riciclati e riciclabili!. Bisogna far comprendere i legami che ci uniscono con il resto del pianeta attraverso l’aria, l’acqua ed il cibo. L’Educazione Ambientale deve far comprendere alle persone qual è il loro posto e ruolo nel grande disegno della vita. L’Educazione Ambientale deve sviluppare legami di appartenenza affettiva e razionale, aiutarci a pensare e vivere non come esseri separati dagli altri e dal mondo (egoismo da consumatori) ma come figli del pianeta, legati gli uni agli altri dai processi della vita: dal respirare, bere dal nascere e crescere, riprodursi e morire tornando alla Terra nel grande ciclo (altruismo da ecologi biocentrici). Pensare per relazioni vuol dire essere consapevoli della qualità dei nostri rapporti con “ i nostri vicini” (aria, acqua, uomini, animali e piante ecc..), essere consapevoli delle conseguenze dei nostri comportamenti. Attraverso questo processo attento e concreto si arriva, come educatori a “raccogliere il frutto dei comportamenti positivi” della gente verso il patrimonio ambientale (ed i frutti hanno già dentro i nuovi semi!). Solo così l’Educazione ambientale è vera e porta a risultati duraturi. L’Educazione Ambientale prima di trattare di grandi problemi globali e di sviluppo sostenibile, deve assicurarsi che più persone possibili sul pianeta siano consapevoli del loro ruolo personale nel generare problemi ambientali, e avere strumenti per contribuire a risolvere questi problemi. A partire dall’esperienza personale, dagli affetti e dalle conoscenze, bisogna aiutare le persona a lavorare su se stessi e poi assieme agli altri: la famiglia, i vicini, il quartiere, la città, la nazione, l’Europa, la Madre Terra. È difficile e complesso, anche perché dobbiamo essere per primi noi educatori ambientali a lavorare insieme ed a contatto con la natura ed i luoghi verdi delle città; a costruire percorsi continui sia fisici che didattici di esperienze, riflessioni e azioni di qualità. Questi percorsi devono partire dalla Natura e arrivare nelle città, nelle scuole, attraverso i Centri di Educazione Ambientale, i Parchi Naturali delle città, gli Orti Botanici, i cortili delle scuole, i giardini delle case. E’ proprio questo il grande obiettivo e sogno che l’Educazione Ambientale deve cercare e raggiungere: realizzare un “sistema continuo” che accompagni la crescita della gente da bambini ad adulti, sistema di Educazione Ambientale fatto di esperienze, di programmi e metodi, di ambienti naturali. Questo “sistema continuo”, permetterà alle persone di sviluppare esperienze di vita naturale, di sentimenti, conoscenze e comportamenti il più possibile in armonia con gli altri abitanti di questo pianeta. Non è solo una visione, ma un progetto forte di professionalità condivisa, obiettivi e lavoro. Bisogna sempre più sforzarsi di lavorare assieme, costruire collegamenti attraverso collaborazioni tra operatori di Parchi, orti botanici, Centri di educazione, scuole, insegnanti, amministratori; per produrre assieme programmi di Educazione Ambientale pensati per ottenere e mantenere più a lungo gli effetti di una emozione in Natura, di una comprensione e di comportamenti positivi verso la vita. Si può fare e ci sono molti esempi positivi. Questo e molto altro possiamo fare per costruire un grande sistema di “azione locale e di pensiero globale”, per lavorare con professionalità, con efficacia di sinergie e collaborazioni, con affetto ed entusiasmo verso la vita di questo meraviglioso pianeta. Per imparare, con la semplicità e la forza dei nostri antenati, a vivere e pensare come un bosco. Giovanni Netto si interessa da oltre venticinque anni di educazione e comunicazione legate alla conservazione del patrimonio naturale, storico e culturale. È Educatore ed interprete ambientale, formatore e progettista comunicativo. Dal 2009 è responsabile del servizio educazione del Parco Nazionale del Circeo, per venti anni ha lavorato presso Il servizio educazione ambientale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, dove tra l’altro ha coordinato la “Scuola di formazione per la natura”, progettando programmi e servizi di educazione ed interpretazione ambientale (attività, Musei, centri visitatori, sentieri ecc.). È presidente dell’Associazione Italiana Interpreti Naturalistici ed Educatori Ambientali, che dal 1995 opera in Italia con l’obiettivo di diffondere e professionalizzare l’educazione a le comunicazione per la conservazione del patrimonio naturale storico e culturale Europeo. * pubblicato sulla rivista spagnola di educazione ambientale: IHITZA (primavera 2005 n°16 ) www.euskadi.net/hitza - casella post. 4015 – 48080 Bilbao

 

 

Lettera aperta Cara Interprete, L’Interpretazione è tale se è: Organizzata (struttura) Ha una storia da raccontare (struttura/ contenuti/argomenti) Ha un messaggio È piacevole Ora mi domando sempre, e ti domando: quello che faccio è tale? Indipendentemente dal target (bambini, adulti, famiglia, gruppo di guide in formazione, ecc.), dall’argomento trattato (gli alberi del luogo, gli ambienti e la storia del parco, il suolo, gli animali e i loro ambienti ecc. ecc. ecc.), dallo scopo, missione (far amare la natura per tutelarla, far conoscere il luogo, far vivere una giornata piacevole e avventurosa ecc. ecc. ), dall’obiettivo, (far capire come funzione un albero, far conoscere cinque tipi di piante del luogo, mettere in grado le persone di salire su di un albero, conoscere la fotosintesi, la catena alimentare, la geologia del luogo) dalle condizioni del contesto (in montagna, in un bosco in pianura, in una fattoria didattica ecc. ecc. ecc.). Non guardare soltanto a quello che abbiamo fatto nel seminario, che aveva uno scopo ed un taglio particolare, perché rivolto ad operatori che in qualche modo hanno i rudimenti dell’Interpretazione e che hanno esperienza nel campo; e con lo scopo anche di farli riflettere di più su valori e aspetti intangibili del nostro lavoro (anche “sperimentale”) ed anche sicuramente, ovviamente, segnato da ciò che è il mio stile, ciò che mi piace di più. Ma comunque rintraccia nelle attività i punti dell’Interpretazione che ho citato più sopra. Mi rendo anche conto che un certo modo di condurre le attività che ho tende a far pensare che Interpretazione è “fare cose strane, auliche, sensoriali, fuori dal comune” e questo può sicuramente far travisare molto. E di questo mi dispiace, mi spiace di non aver avuto tempo di approfondire, ma solo di citare, il problema rischio. Ma è anche vero che ho sottolineato molto l’aspetto “ecosistemico/metodologico” che deve sempre sottendere il nostro lavoro perché è questo che dà forza e professione, capacità di essere efficaci e raggiungere gli obiettivi. Ho spesso detto: la conduzione non è tecnica, ma sta dentro un processo di progettazione ( obiettivi, esperienze, risultati, immagini, storia, messaggio, veicoli ecc. ecc.), programmazione, contesto più grande che è il territorio, il Piano di Interpretazione del territorio. Come ti dicevo, l’aspetto scientifico razionale del nostro lavoro è importantissimo e non è né alternativo né in conflitto con l’Interpretazione “creativa”. Esso ne è il fondamento di contenuti e conoscenze che dobbiamo avere e trasmettere, oltre alle conoscenze di comunicazione interpretativa. Più abbiamo conoscenze scientifiche chiare e forti più siamo chiari e forti (e semplici, non superficiali) nel nostro modo di trasmetterle interpretativamente. L’Interpretazione è una scienza/arte/artigianato che ci permette di comunicare efficacemente con le persone, di connetterle profondamente con i luoghi, il patrimonio ambientale, con la mente dei luoghi (non a caso i latini parlavano di Genius loci). Provo a fare un esempio /esercizio: Immagina che la giornata di sabato a Lago Vivo fosse stata per un gruppo scolastico di 15 anni, e magari l’insegnante avesse detto che stavano studiando l’ecologia, le catene alimentari, come si conserva l’ambiente e che volevano conoscere il Parco: il luogo sarebbe stato più tranquillo, meno escursionistico (Es. Val Fondillo). La storia interpretativa sarebbe stata la stessa, (la storia interpretativa è la struttura della narrazione e l’insieme dei contenuti che le esperienze di quel luogo mi forniscono; poi come la narro dipende da tante cose, come chi ho di fronte, l’obiettivo del giorno ecc.). Durante il primo cerchio magico avrei raccontato dell’energia del Sole che la ciliegia racchiude e che, mangiandola, avrebbe dato energia al nostro corpo per muovere le dita e scrivere, per camminare. Avrei spiegato che questa energia viene dalla natura e corre nella natura tra gli esseri attraverso il cibarsi, come ora noi con la ciliegia. Avremmo fatto gli esercizi (massaggi) per sentire l’energia e scambiarla con i compagni per prepararci all’escursione. Al secondo stop, la Sorgente delle Donne, (torrente Fondillo), avrei raccontato dell’energia dell’acqua, che muove e nutre gli esseri viventi di questo luogo e la valle e avrei fatto l’attività del ciclo dell’acqua con i bicchieri, o altro, che tu conosci, (non so se l’abbiamo mai fatta insieme). Poi magari con la ciotola avrei chiesto al gruppo di ringraziare l’acqua che ci disseta ogni giorno e che scorre nella valle e il permesso di percorrerla, per sviluppare in loro attenzione e consapevolezza, ( magari avrei parlato ad alta voce, discutendo brevemente con loro sul perché ringraziare l’acqua, sul cosa ne fanno ogni giorno in cui vengono in contatto con essa ). Poi, alla punto delle rocce, avrei raccontato più semplicemente la storia della nascita del suolo e gli avrei fatto creare a loro del suolo ( “ un cucchiaio di suolo “… una bellissima attività di gruppo, e poi quella della mela, che racconta quanto suolo c’è nel mondo) . Sul lago avrei detto loro di disegnare il paesaggio (ci sono molti espedienti per far disegnare ai ragazzi il paesaggio, uno bello è con un telaio con fili tessuti a formare un reticolo quadrettato … o magari con i loro cellulari avrebbero potuto fare tre foto una di tutto il paesaggio possibile e due di particolari che li hanno colpiti ecc.) e poi insieme avremmo capito e osservato che le montagne hanno un tratto più acuto, perché formatesi sotto forze grandi, e le colline hanno un tratto morbido perché formatesi con forze minori (deposito, erosione, carsismo, doline ecc.); avrei fatto alcune attività per raccontare le energie della terra; avremmo capito che l’energia della vita non è solo quella del cibo racchiusa nella ciliegia, ma anche quella dei monti e dell’acqua che lavorano nel tempo e danno forma al paesaggio, (oltre a disciogliere e veicolare i nutritivi, mantenere temperature e concentrazione, dare turgore alle cellule ecc. proprio come nel nostro sangue ). A pranzo avrei compiuto il rito/racconto del cibo con una lettura più semplice e avrei sottolineato che quel cibo deriva da esseri viventi, che ci donano la loro vita ed energia e materia. Dopo pranzo avrei fatto l’attività della catena alimentare; poi, tornando, avrei fatto un angolo magico per riflettere sulla giornata e condividere quello che avevano provato e capito. Giù, al ritorno alla fonte, (ovvero sulla sponda del torrente Fondillo), di nuovo la ciotola e riflessioni di chiusura e attività di trasferimento di quanto accaduto per la scuola, (Es. vedete a scuola come e quanta acqua usate e da dove viene, quale energia usate per farla arrivare a scuola a farla uscire da scuola ecc.). Buone esperienze Gianni Netto

Ein erfahrener Reiseleiter führt Sie durch die geheimnisvollsten Ecken Logudoro 

NELLA  VALLE  dei  NURAGHI  Tour  

Ein erfahrener Reiseleiter führt Sie durch die geheimnisvollsten Ecken des Logudoro Mejlogu. Dort besichtigen Sie die von den Ursarden bearbeiteten Stein-, und Felsbauten die bis auf 4000 v.Chr. zurückgehen – die Domus de Janas- und über 50 Nuraghen. Wir tauchen ein in den Mythos der mysteriösen megalithischen Bauherren, die Ursarden. Typische einheimische Köstlichkeiten der gastronomischen Bauernkultur werden Sie erfreuen.

                                                             

Ausflugsplan:

8.00 Uhr:Abfahrt Sassari – In Richtung Süden auf der SS 131 vorbei an der Provinzhauptstadt Sassari bis ins Hochlogudoro.

 

9.15 Uhr: Zufahrt zum Meilogu, vorbei am Monte Santo – im Jahr 1000 n.Chr. Sitz eines Benediktinerklosters, an den Bergen von Siligo, Heimatdorf der Sängerin Maria Carta und des Schriftstellers Gavino Ledda.

Weiter zum Monte Pelao, den Bergdörfern Bessude, Thiesi, Borutta mit dem Benediktinerkloster S.Pietro di Sorres bis nach Cheremule mit seinem erloschenen Vulkankrater, Bonnanaro und Torralba.

 

9.30 Uhr: Ankunft im Tal der Nuraghen


In Torralba: Besuch der Monumentalnuraghe S.Antine Su Re.

 

11.30 Uhr: Weiterfahrt nach Bonorva: Besuch Dulcis in fundo! Rebeccu  die Eilige Quelle von su Lumarzu (1700 v. Chr.) die kleine Mittelalter Dorfchen in herzliches Wilderness in su Pinnettu.

Noch nahe der Domus de Janas von S.Andria Priu (4000 v.Chr.)

Eine der größten Nekropolen (Todesstätten) des Mittelmeerraumes.

 

13.00 Uhr: Mittagessen im Agritourismus im Tal der Nuraghen

Menü: Typische Bauernplatte – Antipasti und einheimische Speisen

Info: guida il Prof Andrea Sanna. Costo a persona tutto compreso euro 27,00. Luogo: Rebeccu, 07012 – SU PINNETTU – Valle dei Nuraghi

Informazioni e prenotazioni:1andreasanna@gmail.com Sito web – http://rebeccu.it   - 3397540184,

Rebeccu Wilderness Sardinya, di Andrea Sanna c.f. : 92034210903 -  Recapito:Corso Umberto I, 65 -07012 - Bonorva (SS) -  Italia. 

 

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ESCURSIONI, SCUOLA DI AMBIENTAZIONE ed EDUCAZIONE AMBIENTALE

Con la presente desideriamo invitarVi alla visita di un antichissimo borgo medioevale posto in Logudoro nella Valle dei Nuraghi dal nome Rebeccu un tempo molto abitato e sede de Curadorìa prima di Torres e poi d’Arborea. Ora il paese è disabitato ma conserva un antichissimo fascino ed un silenzio meditativo rotto solo dal canto dei falchi o delle aquile che ancora lì vicino nidificano.

Vi proponiamo: ESCURSIONI, SCUOLA DI AMBIENTAZIONE  ed EDUCAZIONE AMBIENTALE

TOUR NURAGICO NELLA VALLE dei NURAGHI · UNA GUIDA ESPERTA, STORICO –  ARCHEOLOGICA- AMBIENTALE   VI  CONDURRA‘ ATTRAVERSO L ‘INTERNO PIU‘ SEGRETO DEL LOGUDORO. TOCCHEREMO PIETRE CESELLATE ·DAGLI ANTICHI SARDI  (Atlantide) CHE DATANO OLTRE IL 9000 a.C.(cfr. Kritia di Platone). Domus de janas, NURAGHI oltre 50 solo nella VALLE dei NURAGHI, Rebeccu  Fonte Sacra Lumarzu: CI  IMMERGEREMO NEL MITO DEI MISTERIOSI COSTRUTTORI MEGALITICI, I SARDI -  incantevole escursione a piedi, dentro una natura incontaminata, fin verso la Necropoli megalitica di S. Andrìabriu 2 ore di escursione dentro il ritmo dell‘ Età dell‘ Oro. Camminata di Meditazione silenziosa in natura nel Parco Mariani – visita alla grotta Crociata rosso-blu di Pala Larga, pranzo tipico rebecchese-logudorese. PRELIBATEZZE TIPICHE DELLA CULTURA ENO GASTRONOMICA CONTADINA  ALLIETERANNO UNA PIACEVOLE ESCURSIONE. Info: guida il Prof Andrea Sanna. Costo a persona tutto compreso euro 27,00. Luogo: Rebeccu, 07012 – SU PINNETTU – Valle dei Nuraghi Informazioni e prenotazioni:1andreasanna@gmail.com Sito web – http://rebeccu.it   - 3397540184, Rebeccu Wilderness Sardinya, di Andrea Sanna -  Recapito:Corso Umberto I, 65 -07012 - Bonorva (SS) -  Italia. c.f. : 92034210903

Escursioni di Meditazione in Natura Wilderness et Escursioni Nuragike

 

Lascia riposare l'acqua scura ed essa diventerà chiara.

La solitudine dell'uno, è la fuga del malato, la solitudine dell'altro è la fuga dal malato.

Conosci te stesso! Ho continuamente cercato e indagato me stesso.

 

 

IL SUONO DEI LUOGHI – IL CANTO DEL TEMPO
Progetto di interpretazione del paesaggio sonoro
 

 

Il paesaggio sonoro comunica in maniere immediata cose che altrimenti non cogliamo, lontane ed ancestrali, del passato e del futuro

L’aspetto sonoro di un luogo; sia esso un sito archeologico, un’area naturale protetta, un museo, un campo di battaglia storico; spesso è dato per scontato al punto tale che è trascurato. Ma il potere del suono di ricollegarci al tempo ed allo spazio, di porre in relazione il tangibile ed intangibile di un luogo, evento, un popolo o oggetto, è immenso… Immaginate come poteva essere il suono delle strade di Pompei ai tempi del suo splendore? O il clangore di una battaglia del medio evo o al tempo degli antichi Romani, e ancora che suoni udiremo nelle città del futuro? I rumori delle macchine saranno così sovrastanti come oggi? E come parlavano tra loro i greci nel Partenone? Avete mai sentito il ruglio di un orso?

Con le tecnologie moderne e con attento lavoro di studio e collaborazione tra esperti, oggi è possibile riprodurre paesaggi sonori del passato, del presente e del “futuro probabile”, attraverso un interessante lavoro di interpretazione, che può fornire un importante elemento di contestualizzazione e di arricchimento di senso, ed un ulteriore strumento e campo di azione per l’interprete del patrimonio e per i fruitori di beni del patrimonio ambientale ovvero naturale, storico, tradizionale, rurale

 

 

Obiettivi del progetto sono:
 
 
  •  

    Realizzare studi e lavori di interpretazione del paesaggio sonoro, di luoghi del patrimonio, siti, oggetti, da inserire in piani di interpretazione e da utilizzare per realizzare ed arricchire servizi di interpretazione per visitatori.

  •  

    Realizzare materiali sonori interpretativi grazie al contributo di gruppi di lavoro di esperti nei vari settori, da poter utilizzare per arricchire i servizi di interpretazione del patrimonio

  •  

    Stabilire una rete di gruppi di lavoro e di luoghi dove si sta sperimentando l’interpretazione del paesaggio sonoro, esempio collaborare con la società internazionale di Soundscape

  •  

    Sperimentare tecnologie applicative, strumenti, modalità sonore, da utilizzare in programmi pilota di interpretazione del patrimonio

  •  

    Identificare luoghi sperimentali di lavoro per la realizzazione di programmi di interpretazione sonora del paesaggio

  •  

    Formare personale interpreti del patrimonio in grado si gestire tecnologie, strumenti, modalità sonore e programmi di interpretazione sonora del paesaggio

  •  

    Diffondere la metodologia e l’uso dell’interpretazione sonora del paesaggio

 
 

 

Azioni del progetto
 
 

 

Su Caminu de sa paza - La Via Nuragika

       La Via Lattea         

       La via Nuragica di Muzzolu che da Bonorva conduce a Rebeccu

 

І.). Rebeccu: La leggenda della Principessa Donoria  (Decadenza  di  Rebeccu).

Molto tempo fa, quando Bonorva non esisteva ancora, Rebeccu era una grande città situata nel campo di S. Lucia. Questa città che, oltre alla chiesa di S. Giulia, parrocchia dell’attuale paesino, comprendeva anche quelle di S. Lorenzo, S.Andrea, S. Vittoria, si estendeva ai piedi del suo Castello. – L’aspra roccia che domina le trenta case viene chiamata Casteddu, perché secondo la tradizione locale in tempi antichi, vi era anche una fortezza che era anche la dimora del Re. La tradizione spiega l’origine del nome Rebeccu, dal nome del suo sovrano, il quale originariamente era Rebellu, che divenne Rebeccu = Becco o Caprone), in seguito dell’incantesimo della figlia, la strega Donoria - .In quel castello vivevano il re di Rebeccu e la figlia Donoria. Purtroppo, poiché quest’ultima era una strega, i Rebecchesi, che temevano i suoi sortilegi, costrinsero il re a condannarla all’esilio. Prima di lasciare la città, “sa majalza urlò questa maledizione:”Rebeccu, Rebecchei da-e trinta domos no movei!”  – L’imprecazione assunse il seguente significato: “sarai distrutta e una volta risorta non potrai superare le trenta case”. Dopo la partenza di Donoria e consecutivamente alla sua maledizione, comparve il flagello della malaria e la città iniziò a spopolarsi. Per salvarsi dal pericolo di frequenti quanto micidiali epidemie di quel morbo, molti abitanti della città maledetta si rifugiarono in Muristene, transitandovi il materiale per comporvi le loro case e in quel sito, presso la chiesa di S. Vittoria, i profughi Rebecchesi  fondarono Bonorva. I pochi rimasti, raggruppatesi intorno a S. Giulia, riedificarono Rebeccu su quel ripiano calcareo, a mezza costa de “Su Monte” e al riparo dalle febbri malariche della pianura di S. Lucia. Però, in ricordo della maledizione di Donoria, dopo che venne ultimata la trentesima casa, nessuno osò costruirne un’altra, temendo che crollasse tutto il paese. La gente, che via via si trovava senza alloggio, preferiva ritirarsi a Bonorva, la quale – come sappiamo – era stata fondata dai primi emigrati dell’antica città di Rebeccu. Fu in questo modo che i Bonorvesi si impadronirono di quasi tutto il fertile campo di S. Lucia, un tempo proprietà esclusiva dei Rebecchesi. Sono solo nel Sacro Pozzo nuragico di Lumarzu, a sinistra c’è un ripostiglio votivo per i bronzetti, qui in corrispondenza della prima Luna Piena di Primavera fuoriesce zolfo che sparge il suo odore acre per la campagna circostante. L’acqua fuoriesce da una polla sotto la roccia, ha proprietà salutari, cura gli intestini e lo stomaco, inoltre è fresca e leggera come dirà più tardi lo storico romano Solino , vissuto intorno al IV sec. d.C. vi si praticavano riti di purificazione.  Poi viene il centro di Funtana Sansa ora per sincretismo religioso chiamata Santa Lucia - Arruxìa in pre-romano - come la chiesetta che dista sei chilometri – altro centro nuragico di guarigione ierogamico potente  -  eppure qui un tempo queste acque di Sansa facevano acquistare la vista. Nel grande vascone fatto di lastre di pietra trachitica del III  M. a.C. e Ch. Zervos ci regala una fotografia ( 1920), così il Taramelli riporta in “Fortezze e recinti sacri (..)  bellissimi disegni del centro di acque minerali sulfuree dove da oltre cento nuraghi affluivano i pelliti per guarire dai mali del tempo e altro.

La religione nuragica animista e naturalista nel medesimo tempo, attribuendo un’anima a tutte le forze della Natura era consapevole di rapportarsi con forze Divine misteriose e superiori, nelle cui mani era affidata la vita. Così come avveniva per gli uomini, anche queste forze o erano maschili – Babbu e Babbai – o femminili  - Mama e Mammai. Babbu e mamma erano i due contrari propri, che uniti davano la vita e venivano prima di ogni altro nome di esseri e cose viventi che fossero animate, che si muovessero o che dessero la vita. Su Babbu Mannu era Dio Padre – il Sardus Pater. Ma se Babbai era il padre buono, Babbolcu, Babboi, Babboti era il padre cattivo, il demonio. Sa Mama Manna era la madre di tutta la terra, Mammai – la Dea Mater. La figura malefica di Mammai era data in Logudoro e a Bonorva da due orride figure di fantasmi che, uscendo come demoni meridiani nel cuore della Canicola estiva, armate di uno spaventoso lenzuolo una e un grosso pettine di ferro acuminato l’altra, rubavano i bambini: Mama Lentolu e Mama Pettenedda, nome trasposto in Maria nel sincretismo cristiano della Madre di Gesù. Dove le forze si manifestavano con evidenza lì nascevano i tempietti o addirittura i nuraghi dove si era certi di poterle interrogare tramite oracoli o riti di purificazione. Una delle forze in assoluto più importanti era l’acqua, e lo spirito che l’animava  femminile; ciononostante, sebbene quasi tutti i pozzi sacri consacrati all’acqua hanno nomi bellissimi di Sante cristiane, alcuni, rari,  hanno il maschile come il pozzo di Lumalzu a Rebeccu di Bonorva. Dicevamo alcuni momenti fa, che Funtana Sansa, è posta nel mezzo dei terreni da dove sgorgano le sorgenti di Santa Lughìa ‘e ‘Onorva. Questo recinto di massi era quasi circolare e i suoi diametri delle pareti interne erano di 35 e di 36 mt. Il muro che chiude tutto intorno questo piano, fu realizzato poggiando uno sull’altro cinque anelli di pietra di fiume, di identica misura che andavano a formare una scalinata che scende verso il piano di mezzo. In questo recinto non vi è alcun varco e l’anello esterno di pietre, era giusto a livello del terreno. Un foro concavo alcuni metri attraversava trasversalmente il piano per tutta la larghezza. L ‘acqua ribollente dalle vene sorgive riempiva il recinto sacro e i nuragici si sedevano lungo i bordi, sulle pietre, tutt’intondo per chiedere all’acqua che guariva dal mal di occhi e dalla cecità, dal male alle ossa. Ma le acque che guarivano gli occhi, servivano, ritualmente, a far confessare i ladri veri o presunti – l’ordalia dal germanico Urtheil o giudizio di Dio – i quali, immersi completamente nelle bolle d’acqua, sature di acido carbonico, perdevano la vista i primi e ne acquistavano una seconda gli innocenti. Qui, negli anni ’30, il grande recinto sacro era già devastato, all’asciutto e rivoltato, fu trovata un’epigrafe in sumero antico. 

 

FONTI:

cfr. Registrazioni a tiu e' Logu, a tiu e' Cherchi e Angelino Puggioni:

cfr. trad.pop.Bonorva da Ricerche Antropologighe di Andrea Sanna 1980-2001.

cfr. trad.pop.Bonorva da Giovanni Deriu, Insediamenti Umani e Medievali nella Curatoria di Costa de Addes.

Riferimenti Storici e Cronologici

IL periodo storico a cui si fa riferimento per la Leggenda di Rebeccu è probabilmente quello tra il 1100 – 1300, quando la Sardegna era politicamente suddivisa in Giudicati. Ogni Giudicato era suddiviso a sua volta in Curatorie. Ogni Curatoria era composta a sua volta da vari villaggi o Ville. I Giudicati in Sardegna erano originariamente quattro:Giudicato di Torres ; Giudicato di Gallura; Giudicato di Arborea; Giudicato di Cagliari.All’inizio del Millennio Bonorba, faceva parte assieme ad altri villaggi della Curadoria di Costa de Addes, il cui capoluogo era Addes ( Villa completamente scomparsa che si presume esser situata nella zona detta Cantaru Addes, e che sorgeva attorno alla chiesa scomparsa di S. Maria de su Peddazzu. La Curadorìa di Costa de Addes, faceva parte a sua volta del Giudicato di Torres – fino alla metà del 1200 .  .   .. In seguito dopo breve periodo sotto i Malaspina di Bosa Signori della Lunigiana, famiglia Pisana, Addes, passò definitivamente, nel 1300, al Giudicato di Arborea.

NOTE : Rebeccu compare per la prima volta nei documenti della seconda metà del 1300. IL Toponimo BONORBA, compare invece in un documento del 1174 in riferimento alla consacrazione della chiesa di Santa Rughe o SanGiovanni il medesimo legato Pontificio emise nello stesso anno e nel medesimo tempo la Bolla Pontificale anche per San Pietro di Sorres, quando il villaggio di Addes stava decadendo o era già scomparso. In tali documenti, Rebeccu figura come centro più grande e già capoluogo de Curadorìa. La citazione più antica attualmente conosciuta risale al 1353 – quando Rebeccu e  Bonorba furono incendiate dagli Aragonesi - “Rebechu rebecchèi da-e trinta fogos no bessèi”- “Rebeccu rebecchera da-e trinta domos no ‘essedas” pare che abbia funzionato e a causa degli spagnoli che nel ’300 la incendiarono insieme  a molte donne sciamane che finirono in graticola accusate di stregoneria  dall’inquisizione di Spagna, il Braccio Secolare, carnefice e spietato della Chiesa di allora. Gonorba di San Giovanni conobbe la stessa sorte, incendiata e messa a ferro e a fuoco ,i superstiti occuparono la rocca di San Simeone sul ciglio della Campeda, dove preesistevano antichissimi insediamenti pre-nuragici, nuragici, punici, ed una grande città ricca di fontane, pozzi e acquedotti una vera città sepolta ancora oggi mai visitata sebbene evidente. Era la metà del 1300, dagli spagnoli carnefici ed aguzzini, coloro i quali usavano il fuoco per uccidere, per cancellare i segni e la cultura autoctona, per far chiudere chiese e addirittura la sede vescovile di Sorres nel ‘500, anche queste incendiate perché centri di alta cultura cristiana e ricche di sardità rara, il tutto per infeudarsi de facto ciò che de jure aveva concesso loro la famelica Teocrazia del papa Bonifacio VIII – il Regno Sardo.. IL 1300 fu storicamente, l’epoca di maggior splendore per la Villa di Rebeccu, perché divenne la sede residenziale del Curatore de Addes, cioè dell’Autorità Amministrativa Territoriale Sovrana rappresentante IL Giudice (cfr. nella Leggenda il rif. Al Re che abitava in quella Roccia chiamata Casteddu). – Bonorva, Semestene, Trequiddo erano Ville subordinate a Rebeccu, che, con i suoi 400 ab.era la più popolata Villa della Costa de Addes. Rebeccu è divenuta Fraz. Di Bonorva il 31 Dicembre 1875.

 

 

ІІ.).  San  Simeone

Anticamente, secondo quanto si è sempre sentito raccontare e per costante tradizione, Bonorva era fabbricata in Su Monte Càcau e aveva per parrocchia la chiesa di S. Simeone. Si dice che quella postazione di vedetta fu scelta dalle popolazioni delle valli che circondano l’odierna cittadina per un maggior bisogno di sicurezza, poiché da quel punto, dove termina l’altopiano di Campeda si può controllare il vasto territorio sottostante. Difatte, quelle popolazioni cercavano un rifugio per potersi difendere dalle incursioni dei Mori i quali, - secondo la tradizione locale – dopo aver saccheggiato il litorale di Bosa, si spingavano anche nell’entroterra dalle parti di Bonorva. Inoltre gli abitanti si S. Simeone-Bonorva erano immuni dalle frequenti epidemie di malaria che colpivano le zone insalubri della valle. Si narra inoltre che la scelta della sede fu per alcuni versi poco felice, poiché il freddo e i venti erano troppo letali nel corso dell’Inverno: i raffreddori, i reumatismi e le febbri reumatiche ( dolores de costazzu) decimavano la popolazione del villaggio ed erano tutto sommato dei flagelli terribili quanto i Mori e la malaria. Tuttavia gli abitanti di Bonorva-S. Simeone rimanevano rassegnati nel loro nido d’Aquila. Un giorno però, per punire i loro peccati, Dio inviò sa musca maghedda. Queste mosche punsero e presto uccisero chiunque incontrassero, lasciando soltanto rovina e desolazione, sin quando non venne un uomo giusto a rinchiuderle in un’anfora che sigillò e sotterrò nella chiesa di S. Simeone.Quel sant’uomo avvertì i simeonesi che, se se non si fossero decisi a vivere con rettitudine, le mosche apocalittiche sarebbero uscite in qualsiasi momento per castigarli, altrimenti sarebbero rimaste sepolte sino alla fine dei tempi. Spaventati dalla possibilità di avere nuovamente a che fare con l’insetto catastrofico, i sopravvissuti optarono per l’abbandono della loro infausta sede, senza tuttavia dover rinunciare alle proprie terre. Pertanto dopo aver lasciato il sito troppo rigido di S. Simeone, quella popolazione disgraziata scese dall’altipiano e si stabilì a mezza costa delle sue pendici, nel luogo propizio di Muristene, dove venne fondata la Villa di Bonorva che ebbe come parrocchia la chiesa di Santa Vittoria. Si racconta ugualmente che prima di andarsene via dalla vecchia sede i Simeonesi-Bonorvesi vollero offrire come pegno di devozione parte delle loro ricchezze a San Simeone. IL tesoro, rinchiuso in un anfora identica a quella che custodiva sas muscas magheddas, le fu sepolto accanto e vi si trova tuttora. Chi oserebbe, pur di entrarne in possesso, correre il rischio sbagliando anfora, di liberare le mosche dell’ultimo giudizio?

NOTE

          Poiché San Simeone era immune dalla malaria queste mosche mosche maghedde non possono essere confuse con la zanzara anofele che invece pullulavano nelle valli paludose, ma con un altro insetto che veicolava la peste. Come vedremo l’abbandono di San Simeone dovrebbe essere stato determinato dalla peste del 1376.

          Un’altra versione narra che le due anfore siano sotterrate nella sagrestia della chiesa di Santa Croce-San Giovanni di Bonorva.

          Nelle fonti relative alla Curatorìa di Costa de Addes (1100 – 1200 ), San Simeone non compare, da ciò la conclusione di V. G. Deriu che in quella sede ed in quel secolo non fosse presente alcun insediamento umano.

          Sappiamo invece con certezza che quella località era stata sede di insediamenti nuragici, punici, romani e alto-medioevali

          San Simeone è citato ufficialmente per la prima volta in fonti documentarie relative al 1300.Nella II metà di quel secolo la Curadorìa di Costa de Addes era entrata a far parte del Giudicato D’Arborea. Era allora Giudice, Mariano IV che coltivava il disegno ambizioso di unificare la Sardegna sotto il suo Regno. Ostacolò infeudazione della stessa contro il re d’Aragona che la ricevette già dal 1297 Regnum Sardiniae et Corsicae da Papa Bonifacio VIII, mentre la guerra di conquista inizia nel 1323.  I Catalano-Aragonesi trovarono più di un ostilità: la Ribellione dei Giudici Arborensi, i Pisani (Mala Spina) e i Genovesi ( Doria). Durante uno di questi periodi di Guerra tra Mariano IV e il Re Spagnolo, Bonorva e Rebeccu furono incendiate (1353 ) e Bonorva completamente distrutta. IL Giudice D’Arborea Mariano IV, per dare un sicuro rifugio alle popolazioni superstiti de sa Costa de Addes fece fondare una Villa Nova :”villa vocata Sanctus Simeon, non iter edificata in quodam monte posito inxta villa destructam de Bonorba”. Ma già nel 1388 il villaggio di San Simeone risultava essere abbandonato ( il suo nome non compare più in alcun documento del periodo)., probabilmente oltreché per il clima insalubra-freddo, per una violenta epidemia di peste che si scatenò in Sardegna nel 1376 (cfr. sa musca maghedda) e della quale morì lo stesso Giudice Mariano IV.

          E’ presumibile quindi, che gli abitanti di San Simeone ridiscesero a valle e rifondarono il villaggio di Bonorva, non più attorno alla Chiesa di San Giovanni ma a Muristene ( Nuristene), attorno al nuraghe Arrettu ed alla chiesa di Santa Vittoria che divenne la nuova parrocchia.La rinascita di Bonorba dopo un certo periodo di silenzio, è documentata  nella cosiddetta Ultima Pax Sardiniae del  1388 dove Rebeccu era Capoluogo de Curadorìa e Bonorba come Villa di minore importanza: in tale documento tuttavia di San Simeone non c’è più traccia.

 ІІI. ). TERCHIDDO

Terchiddo era un’altra Villa del Campo di S. Lucia. Vicino a Sa Riforma di Monte Cujaru e proprio sul posto occupato dall’azienda Sanna, dove trovasi anche un lago artificiale che ha preso il suo nome, sorgeva molti secoli orsono, quando Bonorva manco esisteva, la Villa di Tèrchiddo o Trècchido. Pur non essendo importante come la città di Rebeccu, Tèrchiddo era comunque una Bidda Manna, fabbricata in una valle amena, ben riparata da un gruppo di colline: Sas Coronas de Tèrcchido, Montjiu Rujiu, Monte Longu e altre, nonché circondata da ottime terre,  buoni pascoli, boschi e numerose sorgenti. Gli anziani di Bonorva dicevano che Tèrchiddo fu annientata dall’implacabile ira di Dio, dopo che un certo Zirone Seche (Gerolamo Sechi )assassinò il rettore di quella Villa, Babbai Sozu ( Don Sotgiu ), mentre questi celebrava messa, e che gli ultimi Tercchiddesi, guidati da un segno provvidenziale, trovarono rifugio in Muristene, dove innalzarono una nuova Villa alla quale diedero il nome di Bonorva.Secondo la narrazione, Zirone uccise l’ultimo parroco di Tèrchiddo per gelosia, infatti Don Sotgiu gli insidiava la fidanzata Maria Grascia. Poiché marevrimmalzos (cugini secondi ), Zirone e Maria Grascia si recarono da Don Sotgiu per pregarlo di darsi da fare per ottenere quanto prima la dispensa papale necessaria per potersi sposare. IL rettore che si era incapricciato di Maria Grascia, promise ma non mantenne. Anzi, don Sotgiu si adoperò per distogliere Zirone dal  cuore di Maria Grascia. L’indegno sacerdote, per poter disporre con comodo della fanciulla, cercò addirittura di convincerla a maritarsi con uno dei proprii fratelli. Nel contempo, servendosi dei congiunti, Don Sotgiu cominciò a fare dei dispetti al povero Zirone: un suo chiuso seminato a grano venne incendiato, il suo bestiame decimato. Alla fine, stanco di attendere invano la tanto sospirata dispensa, esasperato dai soprusi patiti e accortosi altresì delle attenzioni morbose del sacerdote nei confronti della fidanzata, Zirone meditò la terribile vendetta: eliminare l’iniquo ministro di Dio! Quindi, una Domenica mattina di tanti secoli fa, mentre in sa Cheja Mazore di Tèrchiddo affollata di fedeli, don Sotgiu celebrava la messa, una forte detonazione - all’atto della consacrazione e dell’elevazione dell’eucaristìa - sentirono tutti gli astanti ed il prete stramazzò a terra colpito a morte da un fuoco d’archibugio. Come se non avesse fatto altro che compiere il proprio dovere, Zirone lasciò tranquillamente la chiesa. Zirone e Maria Grascia scapparono insieme, facendo perdere ogni traccia. Prima di spirare, l’ultimo rettore di Rèrchiddo maledì la Villa, profetizzandone la rovina. Infatti, l’ira di Dio piombò su Tèrchiddo: dopo la carestìa, la peste e la malaria, sopraggiunsero i cavalli verdi che distrussero tutto ciò che incontrarono. I pochi superstiti fuggirono implorando la clemenza divina. Nella sua immensa misericordia, Dio cessò di perseguitare quella povera gente, permettendo, che trovasse riparo in una nuova patria.Tant’è che i buoi, che trascinavano il carro contenente le campane della parrocchiale di Tèrchiddo, condotti dal segnale della Provvidenza, si fermarono a Muristene e da quel posto nessuno pervenne a muoverli: la nuova villa doveva sorgere proprio lì. Così nacque,-  narravano gli anziani -  la villa di Bonorva ed è per via delle suo origini che il territorio di Tèrchiddo le appartiene tuttora.

NOTE

          Era l’8 Dicembre 1664. ?. giorno dell’Immacolata, mentre don Sotgiu celebrava l’eucarestia, vidi mio cugino Zirone che entrava con un archibugio puntato verso l’altare. Subito in chiesa salì la tensione. Io gli gridai: Gerolamo, stai molto attento per quello che stai per fare. Ma ad un certo punto, quando nessuno più se lo aspettava, Zirone sparò! Don Sotgiu cadde per terra dicendo:”Arriveranno i cavalli verdi, l’epidemie, la malaria. La popolazione impaurita iniziò ad abbandonare Trequiddo .

          – cfr. L’Atto di sconsacrazione e Le Rovine di Trequiddo di  Enrico Costa, dove il Costa riporta preziosissimi documenti in lingua sarda estratti dai libri della parrocchia di Bonorva.   . - quando dalla parrocchiale di Bonorva uscirono i sacerdoti incappucciati di nero per dare la scomunica al paese sul quale fu gettato il sale, inoltre il corpo di don sotgiu giace e fu sepolto  dentro la cripta della cattedrale di Bonorva.

          FONTI:  Condaghe di San Nicola di Trullas (1113 – 1280 ) Bonorba menzionate e Tèrchiddo quest’ultimo assieme ai nomi di alcuni dei suoi abitanti citati in alcune trascrizioni del Condaghe, sempre in riferimento a fatti della Curadorìa di Costa de Addes nel 1100 - 1200).Bonorba viene indicata in un documento del 1174 – Bolla di Consacrazione della Chiesa di Santu Iohanne de Bonorba, dell’Archivio Capitolare di Alghero: “ consagraìt la eclesia de Santu Johanne de Bonorba.

          FONTI: L’Atto di morte, datato 16 Novembre 1664 dell’avvenuto decesso del parroco don Giovanni Sotgiu, rettore di Tèrchiddo “ AD,  MDCLXIV, a sos seighi de novembriis( o Sant’Andrìa ) es mortu su rectore don G.oe Sozu Reetore de sa villa de Trequiddo de edade de baranta annos vel circa su cqle est mortu de una archibusàda, q. le et recido totu sos sacramentos, interradu intro de sa p.rta (presente) villa ( Bonorba ).

          Trèquiddo fu abbandonato alla fine del 1690 ca. IL paese antichissimo, sorgeva accanto alla chiesa distrutta di S. Maria, San Matteo, Santa Elena, San Giorgio e San Quirico nella località che ne conserva il nome.Nel frattempo a Bonorva fu ultimata la chiesa di Santa Maria che fu consacrata dal vescovo Diego Passamar nel 1614.

          Lo storico, Giovanni Antonio Fara, ci dice essere  impossibile che gli abitanti di Tèrchiddo abbiano fondato Bonorva all’epoca in qui Tèrchiddo scomparve poiché la I fonte storica (il condaghe di Trullas ) data Bonorba al 1174 anno della consacrazione della chiesa de Santu Johanne.

          La Sardegna, dal 1400 fu sotto la dominazione catalano-aragonese (Spagna ) che la divise arbitrariamente in Feudi contrariamente all’Amministrazione Giudicale fatta de Coronas de Logu e Cronas de Curadorìa = Parlamenti Sardi Comunali.Cosicchè con la presenza spagnola la Sardegna conosce un cupo feudalesimo al quale cronologicamente sembrava scampata – post litteram - . Così nel 1630 l’antica Curadorìa de Addes poi Incontrada de Costaval, divenne Contea di Bonorva e venne infeudata al Barone- Conte don Francesco Ledda Carrillo col titolo di Conte di Bonorva.

          LEGGENDA ( variante) . – Se ci atteniamo ad una variante della leggenda riguardante la fine di Trequiddo, i buoi che trainavano il carro contenente le campane della chiesa di quella villa non si sarebbero fermati a Muristene, ma bensì nella piazza principale dell’odierna cittadina, indicando che proprio quella era l’ubicazione scelta dalla provvidenza per la nascita del nuovo centro. Perciò, in ricordo dell’antica parrocchia di Tèrchiddo, venne costruita una chiesa in onore di Santa Maria in un luogo che era un Querceto – di cui abbiamo un antico dipinto scomparso negli anni 1920 ( parroco don .   .     .    .de Nostra Segnora de su Chilchizzu o Chilchizzone – IL nucleo di case che si formò intorno al tempio però malelva (malesa), si denominò poi Bonerva o Bonelva.

 

ІV. ). SANTA MARIA

I nostri avi, sos Mannos Nostros, narravano che, nei tempi andati, sul luogo dove ora sorge la chiesa di “Maria Bambina (Natività di Maria ), c’era un bosco chiamato Malerva. Poco distante esisteva un piccolo villaggio di contadini,( unu trighinzu de massaios, Muristene- v. Nuristene = nuraghe Arrettu esistente integro fino al 1700), formatosi dove era la chiesa campestre di Santa Vittoria(forana), e intorno ad essa ed al nuraghe ancor prima.I  nuristenesi, che erano dotati di campi molto idonei per la produzione del grano e delle fave, facevano dunque gli agricoltori. In Malerva sostavano brevemente alcuni pastori transumanti de Sa Costèra  -Goceano e della Montagna, Barbagia di Bitti. Durante una di quelle soste la Vergine del Bosco ( Nostra Segnora de su Chelchizzu ) del Querceto tipico de sa Pala de Càcau e degli alberi tipici di quella selva, apparve ai pastori chiedendo di erigerle una chiesa giusto in quel posto (n.b. è Santa Sabina o Sirbana, la chiesa dove seppellivano i suicidi, probabilmente si!). I  pastori, molto devotamente, non tardarono ad esaudire la volontà della madre di Dio, la quale per premiarli trasformò Malerva in Bonerva. Poiché la notizia del miracolo si divulgò rapidamente, molti pastori si stabilirono a Bonerva e , raccolto intorno alla chiesa di S.Maria, nacque un nuovo nucleo di pastori – unu trighinzu de pastores – che si estese progressivamente verso Muristene finchè i due nuclei non si unirono per formare una sola grande villa, ormai la più importante della zona. Questa villa disponeva non soltanto di buoni pascoli ma anche dei buoni e fertili campi di Nuristene: ecco perché Bonerva divenne Bonarva o buona terra. In effetti, grazie alle buone annate ed alla fertilità e all’abbondanza dei frutti dell’allevamento e dell’agricoltura, Bonarva era anche la villa della bonora – fortuna - : ragione per cui il suo nome si trasformò in Bonorva = della buona terra e della buona sorte. –

NOTE:

          IL Toponimo Bonerva non compare mai nei documenti più antichi noti nei quali abbiamo invece trovato Bonorba, Bonorbo, Bonorbe, Bona Orba, per cui la vicenda legata a Malerva – Bonerva è decisamente frutto di fantasia popolare che però fa riferimento ad un fatto reale e preciso: è vero infatti che sa Costa de Addes era nel Medioevo una terra ricca di boschi, selve, pascoli e buoni campi. Secondo il parere di alcuni esperti v. M. L. Wagner ed Antonio Sanna, il toponimo Bonorbo deriverebbe da una radice pre-romana, nuragica BON = Monte et  ORBO = piede o costa, quindi presumibilmente sulla costa o ai piedi del monte v. V. Tetti.

          Per quanto riguarda l’edificazione della chiesa di Santa Maria sappiamo con certezza che fu consacrata nel 1614 dal vescovo Diego Passamar, vescovo di Ampurias ( Castelsardo), il quale era stato precedentemente rettore di Bonorva per 28 anni ( 1585 – 1613 ). Sappiamo con altrettanta certezza che i fatti relativi a Trequiddo (uccisione del prete e abbandono del villaggio) sono avvenuti ca. 50 anni dopo, per cui gli abitanti di Tèrchiddo non potevano essere i fondatori né di Muristene né di Santa Maria.Tuttavia gli abitanti di Trequiddo contribuirono a formare la nuova città  con la loro popolazione, i loro territori, i loro possedimenti che venivano ad inglobarsi nel paese di Bonorba.La chiesa di Santa Maria deve essere sorta per ovviare alle esigenze di una numerosa comunità in crescita e conseguentemente all’espansione di Nuristene la cui chiesetta forana era ormai inadeguata perché troppo angusta, ad ospitare tutti i fedeli.

          Cronologìa costruzione S. Maria: 1585 – 1613 = Costruzione della Chiesa essendo parroco don Diego Passamar. Anno 1614 : Consacrazione della chiesa alla presenza di Diego Passamar in qualità di Vescovo di Ampurias ( Castelsardo ) essendo vescovo da un anno.

          Anno 1664 = I fatti di Tèrchiddo.

 

 

CRONOLOGIA  STORICA DAL 1000 d. C.  al 1700 d.C.

Anno 1000 d.C.  ( .  .  .  . ) Nel 534 d.C. la Sardegna fu strappata ai Vandali dai Bizantini. Essa fu dai primi secoli del cristianesimo una terra di monaci benedettini e bisantini. Con i Bizantini si formano le prime chiese rupestri, Sant’Andria Abriu II sec.? d.C. La tradizione popolare, parla della chiesa di Santa Vittoria intorno alla quale sorgeva un Monastero associato ad un ordine religioso da cui Muristene con le sue celle affiancate o cumbessias non solo ‘per i monaci ma per accogliere tutti i viandanti e i pellegrini ed i fedeli del luogo. Da non sottovalutare la presenza del nuraghe Barchitta detto popolarmente Nuraghe Arrettu adiacente ma più rialzato rispetto al Monasterium indice della presenza millenaria di quelle popolazioni in quel luogo a testimonianza della centralità geografica e della presenza d’acqua indispensabile. Nell’Alto Medioevo la Sardegna pur appartenente allo Stato Della Chiesa ed alla Chiesa Orientale di Bisanzio, e politicamente territorio dell’ Impero Romano d’Oriente poco difesa dalle crescenti invasioni arabe 700 -1000 d.C., al centro del Mediterraneo sembrava  abbandonata a se stessa. Questo nuraghe perfettamente integro ancora nella metà del 1700 d. C. esempio di sincretismo religioso con la Chiesa di Santa Vittoria in Muristene e possiamo capire l’origine della parola da Nuristene e Nuraghe poiché anche i nostri antenati erano casta sacerdotale e praticavano le arti sacre e teurgiche accogliendo intorno al tempio i malati ed i viandanti in genere. Nuraghe Arrettu o Barchitta, secondo una testimonianza diretta dell’acutissimo Don Marras, fu demolito stante Bonorva paese, dai Fratelli Piu per edificare con le sue pietre la propria abitazione privata, tanto che ancora oggi – in Piazzetta Arborea – si scorgono le pietre del nuraghe attorno ad un muro semicircolare che incrocia tre strade. Intervista a tiu ‘e Chelchi: poesia de su nuraghe de santa ‘Ittoria“Sutta de nuraghe Arrettu zimitoriu, bi fi’ sa burgatedda ‘e Muristene, ma poi po annare piul bene fattu àn sa cheja ‘e Santa ‘Ittoria. Ma frades Pios pienos de boria, de fidigu nieddu e ispiene, distruen su nuraghe ma tan bene, custu passadu no beste a s’istoria. Appena su nuraghe n’àn bettadu, at’trodduladu una pedra piccocca ma a sa zente pariat rocca manna. An’a Santa Ittoria invocadu, Bittoria s’accherat a sa janna e-in sa turre c’àt postu sa rocca”.

 

Anno 1050 d. C.  (  .  .  .  )

 

Anno 1100 d. C.,

1113 – il 21 ottobre  la famiglia Athen con a capo Pietro e la moglie Padulesa, donava la chiesa di San Nicola ai Monaci Benedettini di Camaldoli.

1134 – IL vescovo di Sorres, Giovanni, confermava la donazione aggiungendo altre chiese tra cui San Pietro di Monticleta.

      L’attento esame del Condaghe di S.Nicola di Trullas  portano ad identificare San Lorenzo con S.Pietro di Monticleta la chiesa romanica di Santu Larentu, restaurata da una nobildonna tedesca dnegli anni 1970, qui si sposarono in territorio extra-giudicale Brancaleone Doria ed Eleonora d’Arborea. Nel 1831 all'interno del San Lorenzo fu rinvenuto un sigillo in piombo di Barisone II, giudice di Torres tra il 1147 e il 1186.


1174 – Anno ab incarnassione Domini nostri Jesu Christi 1174 naro milli et quento setanta bator. Die prima mensis setembris fuit edifficada sa ecclesia de santu antoigu de bisarchiu sa quale edificait Jiugue orgodori a onore de deus e de sa birgine maria et de santu antiogu et issa dicta ecclesia fuit consegrada dae su cardinale de primis de Italia su quale cardinale consegrait sa .  . consegrait sa ecclesia de santu joanne de bonorba. Alla consacrazione della Chiesa di S. Giovanni il 1° de Cabidanni 1174 c’erano: Alberto, metropolita di Torres( dal 1164 al 1176 ) e il suo suffraganeo, Goffredo di Maleduno I), vescovo di Sorres,II) il Giudice del Logudoro Barisone II figlio di Gonario de Lacon con la moglie Preziosa Orrù. IL Pontefice che aveva inviato il Legato Cardinale – de primis de Italia – era Papa Alessandro III, Rolando Bandinelli: lo stesso di Federico Barbarossa di Legnano e del Carroccio 1176, di Francesco d’Assisi – 1181 -, quando “nacque al mondo un sole come avviene talvolta di Gange”. canto XI Paradiso, Dante.

I) Era un monaco cistercense originario della Francia. Viene descritto dalle cronache del tempo come uomo santo e umile.Nel 1171 divenne vescovo di Sorres, la diocesi a cui apparteneva Bonorva prima della soppressione e aggregazione a quella di Sassari nel 1503. Morì il 13 ottobre 1178 a Chiaravalle in Francia. Venerato da subito come santo veniva invocato dai fedeli del Logudoro

II) Vd. Anno consacrazione della basilica di Sorres et anno d’inizio della Diocesi

Pare che anche il messaggio cristiano abbia raggiunto molto presto la zona di Sorres. A tal proposito assume rilevante importanza un frammento di lucerna decorato con croce e palme. II frammento si fa risalire alla fine del sec. II o agli inizi del sec. III. Probabilmente vi fu portato da qualche soldato romano convertitosi alla nuova dottrina prima di giungere nell'isola. Un'elegante brocca e una fibbia, ambedue in bronzo, pare che siano del sec. VII. La fibbia in particolare viene classificata del tipo bizantino: l'oggetto fa pensare ad un insediamento greco a Sorres. Dopo il sec. VIII, cala il silenzio più assoluto: tacciono i documenti, né esistono fonti di altro genere che possano aiutarci a penetrare queste fitte tenebre. Nel periodo oscuro che intercorre tra I'VIII secolo e gli inizi del secolo XI, stando alle ipotesi degli storici, pare che sia sorto sulla collina di Sorres un centro abitato abbastanza evoluto da assumere il ruolo importante di città. Uno storico spagnolo, il De Vico,, parlando di Sorres, la definisce come una delle più insigni città della Sardegna, molto grande e popolata. Indubbiamente c'è dell'esagerazione nelle parole del De Vico! Quando però, agli inizi della seconda decade del sec. XII, i documenti rompono il silenzio calato su Sorres, risulta che essa era diventata sede vescovile. Non è possibile ricostruire l’elenco completo dei vari vescovi che hanno governato la diocesi, ma fra questi si distinse per santità di vita e profondità di dottrina il Beato Goffredo da Meleduno Prima di diventare, vescovo di Sorres, egli era stato monaco infermiere nel monastero cistercense di Chiaravalle in Francia. La. tradizione popolare ha sempre ritenuto di venerare la sua tomba e la sua immagine nel sarcofago che si trova a sinistra di chi entra nella basilica e sul quale si può vedere l'altorilievo di un vescovo che dorme il sonno della morte. Di sicuro si sa che, durante il suo pontificato (1171-1178), ebbero inizio i lavori per la costruzione della basilica cattedrale.

Stando ai documenti, la vita cristiana era abbastanza sentita: vissuta mediante una fede semplice non priva di superstizione, era caratterizzata dalla bontà e dalla generosità della gente povera ma tranquilla e laboriosa, dedita in prevalenza al lavoro dei campi e alla pastorizia. Non mancavano i contrasti: la maggior parte del clero era riottosa e non accettava sempre le disposizioni del suo vescovo. Anche il potere civile interferiva molte volte nel governo della diocesi.Ma, tutto sommato, la vita trascorreva serena.

Poi, alla metà del secolo XIV, per la diocesi di Sorres iniziava il lento declino che continuerà inesorabilmente in tutto il secolo successivo. La gente sarda viveva quel periodo infausto della dominazione aragonese, un periodo travagliato per tutta l'isola. Le guerre si susseguivano una dietro l'altra, distruggendo ovunque vite umane e paesi interi. Alle guerre si aggiungevano le carestie e le varie pestilenze che colpivano tutta la Sardegna.

Sorres non era rimasta immune da questi tristi eventi: veniva rasa al suolo, e i pochi abitanti sopravvissuti furono costretti ad emigrare nei centri vicini. Rimaneva soltanto la monumentale basilica e l'annessa casa canonica, dove dimorava ancora il vescovo col suo capitolo.